Vacation time!

The time has come, finally. We’re leaving tomorrow for a full week of relax, sleep, spa and golf in Austria: a fellow golfer suggested us this place, which looks interesting enough. Looking forward to some serious fun and rest: this is the first real vacation since a few years now, so I don’t want to miss a single minute of it. See you all in a week or so!

-2.5 in terra di Franciacorta

La più bella gara che ho giocato fino ad ora: splendido il campo, organizzazione veramente da signori, ottima compagnia e belle mangiate. Gli organizzatori sanno fare il loro mestiere, e si è visto.

Le premesse non erano delle migliori: ne venivo da un viaggio lampo a Londra, su tradotta Ryanair (che cerco di evitare come il fumo negli occhi, ma a volte mi tocca), con arrivo a Londra all’una del mattino e ritorno su Milano alla stessa ora del giorno dopo. Mi aspettava un tee time alle 8.30 a un buon centinaio di chilometri di distanza e sulla famigerata A4, per cui la sveglia era puntata alle 5.30. Fortunatamente a quell’ora non ho trovato traffico, per cui alle 7 ero puntuale di fronte al campo ancora chiuso: tempo mezz’oretta ed ero in campo pratica, a cercare di sciogliere quel poco di muscolatura rimasta dopo il massacro dei giorni precedenti e a capire quanto a destra o a sinistra del bersaglio avrei dovuto mirare (andare dritti sembrava una chimera).

In gara la partenza è stata esaltante: al tee della sei avevo 14 punti in saccoccia e ho fatto il solito errore di contarli. Puntuale come una cambiale è arrivata la prima X, stupida come poche: par 5, terzo colpo al green da 130 metri, doppio socket di ferro 8 di fila finito in fuori limite. Cervello in pappa e 3 punti in quattro buche. Alla ripresa sembrava andare meglio, ma un putt sbordato per il par mi ha mandato in confusione, tanto che alla 11 credevo di avere il pitch in mano e avevo invece il ferro 9: due palle in lago e un altro par 3 terminato con una X. Fortunatamente, poi, mi sono un po’ ricomposto e ho ricominciato a giocare a golf, tirando fuori 19 punti dalle seconde 9 che mi hanno permesso di arrivare alla fine T5, con il quarto punteggio (medaglia di legno, ma va bene così) e di scendere di 2.5 colpi. L’obiettivo dell’anno (arrivare a 24) è ancora lontano, ma comincio a vedere un po’ di luce in fondo al tunnel. E la prossima volta giuro che lo score non lo guardo più prima della 18.

Commenti dall’Open d’Italia

Con stasera è finito il massacro dell’Open d’Italia, occasione per quattro giorni di ferie e di golf. Alcune impressioni a caldo:

  • il mestiere che mi è toccato come volontario (spotter per la TV inglese: armati di una radio si segue un team comunicando punteggi o tiri particolari alla regia del Tour) è tanto interessante quanto faticoso: nei primi giorni ci sono toccati più team a testa, e come risultato ho camminato per circa un centinaio di buche: in pratica conosco per nome ogni zolla di Tolcinasco;
  • Cabrera mi ha colpito. Fisicamente. Alla coscia sinistra, per essere precisi: alla buca 13 ha tirato il secondo colpo praticamente dal lago e ha agganciato il tiro. Ha avuto la fortuna di colpire la mia gamba, che gli ha ribattuto la palla in bunker ed evitato il fiumiciattolo: il risultato per lui è stato il par, per me una piccola botta e la palla autografata;
  • questi giorni di gara sono stati estremamente istruttivi. Vedere i professionisti giocare permette di capire come la chiave nel golf è la fluidità e non la forza: questi signori vanno sulla palla, non ci pensano troppo e fanno uno swing ritmato e senza sforzo. E la palla vola. La seconda importante lezioni è la strategia di gioco: nessuno in campo (beh, a parte Canonica, ma si sa) tira colpi che sa che potrebbero fare danno: i colpi si risparmiano nell’economia di un giro e se si finisce nei guai è molto meglio perdere un colpo e fare lay-up con il pitch che provare il colpo impossibile che te ne fa poi perdere tre;
  • oggi ho girato con Canonica, e ho capito perché non vince. Alla buca 11 (dopo essere arrivato in green con il primo colpo alla 10) ha tirato un drive da spavento, arrivando a dieci metri dal collar. Ha poi voluto fare lo scozzese, ma l’approccio a correre gli è rimasto in mano e ha tirato il terzo colpo da inizio green, mangiandosi un birdie già fatto. La sfiga ha fatto il resto, con due o tre putt rimasti sull’orlo della buca, ma se solo migliorasse il gioco corto penso che lo vedremmo un bel po’ di volte a giocarsela negli USA;
  • domani c’è la gara per i volontari, ciliegina sulla torta di questo lungo weekend. La buona notizia è che ormai conosco il campo buca per buca, ma per il resto c’è da ridere per non piangere: fairway stretti come viottoli di montagna, un durissimo rough che arriva al ginocchio e green di marmo. Qualunque cosa sopra in 18 punti sarà un successo e, soprattutto, sarà dura non andare in depressione vedendo dove finiranno i nostri colpi rispetto a quelli dei pro…

Piove (ovviamente sul bagnato)

Sono tempi convulsi: sono strozzato dal lavoro, tanto che nelle ultime due settimane sarò andato due o tre volte al massimo (compresi i fine settimana) in campo pratica, e ho una voglia di andare a giocare che leva di sentimento.

Venerdì scorso sembrava che riuscissi a prendermi una mezza giornata e fare un giro a Tolcinasco: al mattino mi sveglio presto per lavorare fino all’ora di pranzo e poi scappare, ma il tempo non promette niente di buono. Alle dieci capisco che non è cosa vista la pioggia che cade, e metto via i bastoni ricacciando una lacrimuccia.

Venerdì decido di muovermi per fare una garetta nel week-end in quel di Lecco, iscrivendomi per una partenza a mezzogiorno di oggi. Stamattina mi sveglio e… piove. Decido di andare lo stesso al campo anche perché la gara era già partita, quindi avrei perso la quota di iscrizione se non mi fossi presentato (poi se qualcuno mi spiegasse che cosa fa un club per giustificare 20 euro di costo di iscrizione, mi si chiarirebbe un mistero della vita): arrivo a Lecco sotto una pioggia battente, e mi comunicano che causa defezioni sarei partito mezz’ora prima del previsto.

Corro in campo pratica a scaldarmi un minimo, e la pioggia nel frattempo cresce, fino a raggiungere le dimensioni del diluvio. Sul tee bastano i venti secondi senza ombrello per inzuppare anche le mutande rimaste nel cassetto di casa: arrivo a fatica in green e noto come manchino giusto ninfee e paperelle per poterlo chiamare stagno. Faccio in tempo a tirare un fuori limite al tee della 2 quando arriva la sospensione: dopo un’ora passata a strizzare lo strizzabile visto che sembrava assodato che si ripartisse, è arrivato l’annullamento. E anche questo fine settimana è andato, visto che domani tocca lavorare.

La prossima settimana la passerò nuovamente lontano dai bastoni visto che sono a Roma: ovviamente ho scelto la settimana migliore per questo viaggio di lavoro, visto che il mio circolo organizza una bella garetta a Bogogno che sicuramente valeva il viaggio. Insomma, pare che la prossima gara all’orizzonte sia quella riservata ai volontari dell’Open d’Italia: partenza dai tee dei professionisti, fairway larghi come sentieri di montagna e green di cemento. Immagino che sarà la fiera delle X e prego che non si giochi medal ma, giuro, se si mette anche a piovere mi metto a urlare.

Quando la testa è dura…

… dopo avere lavorato settanta ore in una settimana, non avere preso un bastone in mano per quindici giorni di fila, e avere fatto schifo sul tappetino il sabato, invece di starsene a casa a meditare sul senso della vita, si decide di andare a giocare una gara con partenza alle 8.30 del mattino. Arrivare al campo in ritardo, sognando materassi e coperte, non è il massimo, ed essersi dimenticati come si fa a giocare dagli ottanta metri in giù non aiuta di certo: il fuori limite al tee shot della uno doveva farmi capire che sarebbe stata una giornata lunga e storta, ma tanto per ribadire il concetto ho eseguito (e bissato ogni tanto) l’intero repertorio di flappe, rattoni, socket e slice che speravo di essermi lasciato alle spalle.

Il risultato è cinque X cinque e un totale di 26 orribili punti che bloggo a imperitura memoria, oltre a tre palline in omaggio e a un bicchiere di gatorade per il quale ho venduto l’anima compilando un form che andrà in mano all’assicurazione sponsor della gara, la quale non esiterà a tempestarmi per il resto della vita con improbabili proposte di polizze sulle allergie al mango: hai visto mai che la prossima volta mi ricordi che in certe condizioni bisogna lasciare il drive in garage e fare penitenza su tappetino e pitching green invece di lasciare il fegato su fairway visti da lontano e green che sembrano miraggi. Nel frattempo, il programma del prossimo futuro è andare a costituirsi dal maestro e ricominciare novene e litanie in campo pratica, in attesa di tempi migliori…

Quando la testaè dura…

… dopo avere lavorato settanta ore in una settimana, non avere preso un bastone in mano per quindici giorni di fila, e avere fatto schifo sul tappetino il sabato, invece di starsene a casa a meditare sul senso della vita, si decide di andare a giocare una gara con partenza alle 8.30 del mattino. Arrivare al campo in ritardo, sognando materassi e coperte, non è il massimo, ed essersi dimenticati come si fa a giocare dagli ottanta metri in giù non aiuta di certo: il fuori limite al tee shot della uno doveva farmi capire che sarebbe stata una giornata lunga e storta, ma tanto per ribadire il concetto ho eseguito (e bissato ogni tanto) l’intero repertorio di flappe, rattoni, socket e slice che speravo di essermi lasciato alle spalle.

Il risultato è cinque X cinque e un totale di 26 orribili punti che bloggo a imperitura memoria, oltre a tre palline in omaggio e a un bicchiere di gatorade per il quale ho venduto l’anima compilando un form che andrà in mano all’assicurazione sponsor della gara, la quale non esiterà a tempestarmi per il resto della vita con improbabili proposte di polizze sulle allergie al mango: hai visto mai che la prossima volta mi ricordi che in certe condizioni bisogna lasciare il drive in garage e fare penitenza su tappetino e pitching green invece di lasciare il fegato su fairway visti da lontano e green che sembrano miraggi. Nel frattempo, il programma del prossimo futuro è andare a costituirsi dal maestro e ricominciare novene e litanie in campo pratica, in attesa di tempi migliori…

Medal maledetta…

Oggi ho avuto la mia prima esperienza medal in una garetta a quattro in quel di Tolcinasco, insieme ad alcuni amici del forum di lezionidigolf.it. Ottima compagnia, tempo tutto sommato clemente, campo un po’ pesante. Ma, porca paletta, quanto è dura giocare medal: rivoglio le mie X!

Oh, d’altro canto uscire dalla prima volta in cui si contano tutti i colpi con 108, che fa esattamente il mio handicap (senza contare che il campo mi dava quattro colpi in più, quindi ai fini dell’hcp ho giocato -4), non dovrebbe essere poi così male. Il problema è che al tee della buca 17 i colpi erano… 88.

Segue la ricetta per fare venti colpi in sole due buche e garantire buone dosi di risate in club house per qualche settimana. E’ sufficiente al par 3 della diciassettesima buca, ossia la 8 del percorso giallo di Tolcinasco, seguire la seguente strategia vincente:

  • tee shot: tirare il primo e unico toppino orrendo della giornata, con palla che fa pluf a cinque metri di distanza (si raccomanda di non superare il tee delle donne nel contempo, così da dover pagare una bevuta);
  • rifare il teeshot assicurandosi di andare lunghi e agganciati nel laghetto dietro al green;
  • flappare il quinto colpo droppato dal laghetto, finendo in bunker;
  • fare non più di tre metri (totali, mi raccomando) con due colpi consecutivi dalla sabbia;
  • per salvare la faccia di fronte al gruppo irridente, immaginarsi di essere un caterpillar e tirare un colpo modello “te la do io la benna”, assicurandosi di spizzare la palla e vederla rotolare per venti metri di green fino a cascare, lenta e inesorabile, nel laghetto di fronte;
  • di qui è tutta discesa, un banale approccio come decimo colpo e due putt canonici garantiranno ampie dosi di ilarità e sfottò per i secoli a venire.

Una volta assommati dodici colpi in questo modo, il resto è banale: in fondo si tratta solo di fare un par cinque in otto colpi. Ma anche qui c’è modo e modo. Se si vuole fare schifo con stile, una buona possibilità è arrivare in tre colpi nel bunker lato green, e quindi mettercene altrettanti per uscire. Si sa di avere raggiunto l’obiettivo quando ci si guarda indietro e sembra che nel bunker ci abbiano appena fatto le sabbiature John Daly e Giuliano Ferrara. E, mi raccomando, mai meno di due putt.

Seguendo queste semplici istruzioni, accompagnandole con peperoni e salame piccante a cena, gli incubi sono garantiti. Probabilmente anche con semolino e tisana.

Alessandro Baricco – Omero, Iliade

Se mi serviva un’ulteriore riprova che i classici vanno fatti leggere con moderazione durante l’adolescenza, questo libro mi ha definitivamente convinto. Baricco mette in prosa una traduzione moderna dell’Iliade, testo che ho discretamente odiato durante il ginnasio al punto che di fatto mi limitavo a sapere che parlava della guerra di Troia e che a un certo punto c’entrava il cavallo di legno. Forse ma forse mi ricordavo qualcosa su Achille, Ettore e Patroclo, ma allo stesso modo in cui ricordo che in greco ci sono l’aoristo e il duale o che l’orbitale P2 ha la forma di una scamorza (o era il P1? Giusto per fare capire a quale livello si studia scienze al liceo). Però sono tuttora in grado di recitare a memoria e in greco le prime righe dell’Encomio di Elena che mi ero preparato per la maturità: direi che è un evidente indizio di arteriosclerosi incipiente.

Oh, d’altra parte io sono sempre stato per il massimo risultato con il minimo sforzo: dopo che avevo capito che il professore di italiano non aveva cuore di interrogare la gente su Dante, ho pensato bene di toglierlo dall’imbarazzo e andare volontario per tutto il liceo sulla Divina Commedia. Complice la sua lentezza, da una interrogazione all’altra avevo al massimo uno o due canti da preparare, e a momenti ne sapevo più io di lui: una buona memoria e una discreta faccia da culo facevano il resto, e mi conquistavo il mio sette e mezzo declamando a memoria terzine dantesche. A tutto c’è un contrappasso però: non chiedetemi cosa sia successo nella letteratura italiana dopo l’Ariosto: nonostante la maturità classica, penso che confonderei con leggerezza non solo Pascoli e Carducci, ma probabilmente anche Cecco Angiolieri e Moravia.

Ma torniamo al libro: ben scritto, anche se come per tutti gli autori “televisivi” nel leggerlo ti figuri Baricco a leggerlo alla sua maniera affettata, il che comporta una certa sensazione di fastidio. Sulla storia c’è poco da dire, è immortale quanto basta, e Baricco ne evidenzia alcuni punti estremamente interessanti e che fanno pensare. Come minimo, direi che “Omero, Iliade” dovrebbe diventare una alternativa ufficiale al bignami di turno, ma se si vuole capire perché a distanza di millenni stiamo ancora leggendo i versi di un vecchio greco cieco, beh, il libro di Baricco è un ottima risposta.

Pete Dexter – Train

Un bel regalo di mia moglie come compagno di un viaggio imprevisto e delle relative 4+4 ore di treno si è rivelato una piacevole sorpresa. Train è un romanzo un po’ fuori dal comune, ben scritto e avvincente: richiede quel tanto di attenzione nella lettura da meritare Einaudi, ma la trama è interessante e i personaggi sono molto ben delineati. Ricorda un po’ Lansdale e un po’ lo Steinbeck di “Uomini e topi”.

L’atmosfera golfistica ovviamente fa piacere a un appassionato me, ma il libro è gradevole anche per chi non ha mai visto un driver o pensa che il birdie sia solo un passerotto zampettante. Vale una visita in libreria per vedere se è stato tradotto qualche altro titolo: Pete Dexter è il prossimo in wish list.

Dan Brown – Angeli e demoni

Tutti i dubbi che avevo dopo il Codice da Vinci si sono rivelati esatti: Angeli e Demoni rivela come Dan Brown sia uno scrittore con buone doti tecniche ma niente più. Angeli e Demoni potrebbe risultare credibile (forse) solo a chi non si è mai mosso dalle praterie del Midwest: chiunque conosca un minimo Roma non può che trovarlo patetico.

Fermo restando che a Robert Langdon, illustre professore di simbologia, non darei da interpretare nemmeno un segnale di rotatoria visto il livello di pirlaggine che dimostra nell’interpretazione di simboli la cui complessità è pari alla ricetta dell’uovo al tegamino, una perla su tutte è in grado di rivelare la cura dell’autore nella ricerca dei luoghi e delle circostanze che fanno da base alla (debole) trama del libro: alle undici di sera avviene un omicidio con spari e colluttazioni che durano almeno una decina di minuti… in una Piazza Navona deserta. A prescindere dal fatto che in Piazza Navona c’è sempre gente, se si tiene conto che a cinquanta metri dalla piazza c’è il Senato, guardato a vista da un esercito, si capisce come al primo urlo sarebbe accorso perfino il corpo forestale in uniforme da sommossa.

Ovviamente il resto del libro non è da meglio: a questo punto non c’è che da aspettarsi un sequel del tipo “Draghi dal passato”, una epica avventura di Robert Langdon contro Godzilla.